Vitigno autoctono si nasce o si diventa?

Partiamo dalle basi: il termine autoctono deriva dalle parole greche autòs (stesso) e chnòs (terra), ossia originario della stessa terra in cui vive, una sorta di vincolo che lega la terra ad un particolare vitigno dall'origine dei tempi, anno più, anno meno.

Va da sé che ogni territorio ha un particolare legame con uno specifico vitigno (o magari più di uno); occorre considerare che l'Italia ha un patrimonio ampelografico di oltre 350 varietà autoctone, per capire appieno la ricchezza e la diversificazione di ciò che nel nostro Paese può essere considerato, a pieno titolo, vitigno autoctono, con la capacità sottile di leggere quel territorio e trasmetterlo nelle sensazioni organolettiche durante una degustazione.

Naturalmente ciò che è autoctono sull'Etna, difficilmente può esserlo in Umbria: il Merlot potrebbe essere considerato un autoctono in Friuli, molto meno nella nostra Tuscia, dove viene sicuramente allevato, ma per velleità sperimentali di vignaioli che qui lo hanno impiantato e la cui provenienza risiede sicuramente altrove.

E qui si apre una diatriba che neanche quella tra Barolisti tradizionalisti e Barolo Boys: dopo quanti anni si può considerare autoctono un vitigno su una particolare area geografica?

Molti documenti certificano che la presenza deve essere testimoniata da almeno 50 anni; secondo l'Arsial, questo lasso temporale deve essere di almeno 80 anni.
Quello che c'è di certo è che non c'è una certezza!

Comunque, nel mare di dubbi che avvolgono questo mondo, noi continuiamo ad amare i vini da vitigni autoctoni e a selezionarli più che mai.

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